Visualizzazione post con etichetta Oratorio PVI. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Oratorio PVI. Mostra tutti i post

sabato 5 novembre 2016

UN FRAMMENTO DI STORIA E DI STORIE TRA LE CASE DEL MIO QUARTIERE


La redazione di Voce Amica mi ha chiesto un contributo sul nuovo campo di calcio del Paolo VI, inaugurato lo scorso 1 Ottobre. E' il campo del mio quartiere, di tutti i miei 44 anni. La storia si manifesta nel presente attraverso le azioni delle persone, ma è allo stesso tempo il “traguardo volante” di tante storie - personali e di una comunità intera - che sono giunte fino a qui e che da qui ripartono. Ho provato a raccontarle qui.

(Da Voce Amica di Novembre 2016)

Il punto interrogativo stampato sull’espressione incredula dei giovani atleti delle squadre avversarie dell’ASO’ Cernusco che entrano in queste settimane all’oratorio Paolo VI per disputare gli incontri di campionato è eloquente: come è potuto sorgere in pochi mesi un campo in erba sintetica così bello? Non era forse qui quel campo spelacchiato conosciuto tra le associazioni sportive del CSI di Milano come “Il catino del Paolo VI” per il calore sempre positivo del suo pubblico e per il fatto che nessuna squadra, anche la più forte, poteva pensare di vincere su un terreno del genere senza giocare con cuore e giusta “garra”? 

La storia si manifesta nel presente attraverso le azioni delle persone, ma è allo stesso tempo il “traguardo volante” di tante storie - personali e di una comunità intera - che sono giunte fino a qui e che da qui ripartono. Molto è stato detto e scritto in questi mesi sull’intervento di ristrutturazione degli spazi all’aperto dell’Oratorio Paolo VI e di come si sia potuto realizzare grazie all’allineamento probabilmente irripetibile, qui e ora, di tante e differenti disponibilità. Lo scorso luglio Don David, nell’annunciare l’imminente inizio dei lavori, ha ben ricordato che le relazioni tra le persone e i loro volti da amare e custodire sono ben più importanti delle strutture intorno alle quali queste relazioni si costruiscono. Relazioni che non si risolvono nelle mura di un oratorio, nel senso di uno spazio fisico, ma in confini decisamente più ampi, di spazio e - sono convinto - di tempo. E’ questa una consapevolezza che ha caratterizzato la riflessione intorno a questo campo di calcio oggi e ogni volta in cui è stato protagonista di un’accelerazione in avanti del suo essere strumento educativo. Fin dall’inizio, quando non doveva essere un campo da calcio, ma una chiesa.

Era il 1962 quando Don Arcangelo Rossignoli, inviato dal Cardinal Montini nell’unica parrocchia di Cernusco, decise di impegnarsi per realizzare il progetto a cui stava lavorando il suo predecessore Mons. Guidali: la creazione di una nuova famiglia parrocchiale nella zona Sud della città, dove erano sorti molti stabilimenti e dove rapidamente si stavano insediando giovani famiglie. Progettando e realizzando le strutture per la nuova Parrocchia, poi ufficialmente riconosciuta nel 1968 e affidata alla guida di don Felice Riganti, si scelse di partire dall’oratorio e dalla casa del Parroco: un’ampia cappella nell’ambito dell’oratorio stesso avrebbe provvisoriamente assolto alla funzione di chiesa, in attesa di quella definitiva che si pensava di realizzare proprio nell’area del campo sportivo una volta reperiti i fondi necessari (negli archivi ci sono anche le foto della posa della prima pietra). Nell’attesa, l’oratorio e il campo di calcio iniziarono a svolgere subito la loro funzione aggregativa, educativa e anche sportiva in un quartiere che nel 1968 contava oltre 700 famiglie di cui 131 sposate da meno di cinque anni: l’anno seguente un breve richiamo su Voce Amica già annunciava i primi passi del Gruppo Sportivo presso l’Oratorio Paolo VI. Fu così che il 19 Giugno 1971, Don Felice e 384 sottoscrittori decisero di inviare una lettera al Sindaco Carlo Trabattoni e alla Giunta cernuschese per richiedere un’area adeguata per la costruzione della chiesa: la risposta favorevole arrivò il 6 ottobre di quello stesso anno, individuando l’area nella zona vicina al già approvato plesso scolastico di via Don Milani, lì dove oggi la chiesa sorge all’interno del complesso Tre Torri.

Il campo di calcio del Paolo VI divenne così definitivamente luogo di sport e di oratorio, aperto al territorio e alla città, in quella continuità di spazio e di azione espressa visivamente dall’assenza di barriere con il cortile: era luogo di allenamenti e partite ufficiali, ma anche di corsa con i sacchi tra genitori e figli durante la festa dell’oratorio o il palcoscenico di infinte partite a “castellone” durante l’oratorio feriale. E sono gli stessi fondatori dell’Atletica Cernusco a ricordare spesso che agli inizi degli anni 70 la loro associazione mosse i primi passi (o meglio dire “le prime corse”) proprio sulla striscia di prato a Nord del campo del Paolo VI, a  ridosso delle  case.

Se ogni oratorio è la sintesi originale e sempre nuova tra la chiarezza della proposta e la tendenziale accoglienza verso tutti, all’oratorio Paolo VI il campo di calcio è fondamentale per la ricerca di questa sintesi. Era questa una tensione evidentemente ben chiara anche tra i fondatori dell’associazione sportiva G.S.O. Gruppo Sportivo Oratoriano Cernusco s/N e fonte negli anni di una costante riflessione, visto che tra le principali finalità contenute nell’atto costitutivo approvato il 1 Ottobre 1981 venne indicata la necessità di “proporre un’ideale di vita cristiana che è sempre un invito alla persona, mai un obbligo. Tale invito può essere liberamente accolto, sempre però in un franco e sincero confronto; comunque non deve mai essere ignorato”.

L’inaugurazione del campo di calcio del Paolo VI dello scorso 1 Ottobre (una data che ritorna) è il “traguardo volante” di molte storie. Una traccia di questo futuro venne inserita per la prima volta nel progetto Pastorale Parrocchiale di San Giuseppe Lavoratore del 1997, in un periodo in cui un po’ di stanchezza (anche allora) aveva sepolto sotto la cenere un passato sentito come bello: “Le iniziative sportive in oratorio hanno da sempre rappresentato un forte richiamo per i giovani. Si propone pertanto di rivitalizzare le strutture e le associazioni sportive promosse dall’oratorio, da utilizzarsi pastoralmente all’interno del Progetto Educativo dell’oratorio, per favorire momenti di aggregazione per giovani e meno giovani”. Trent’anni dopo il campo di calcio che doveva essere chiesa, vent’anni prima del campo spelacchiato che è diventato stadium. Anzi l’ASO’ Stadium nasce proprio da quella riflessione e dal conseguente rilancio nel Settembre 2001 dello sport al Paolo VI secondo tre direttrici: il riposizionamento dell’attività sportiva verso i più piccoli, all’interno del progetto educativo dell’oratorio; lo sviluppo in senso associativo e polisportivo dello sport in oratorio; la ristrutturazione delle strutture e degli impianti sportivi dell’oratorio, con una nuova palestra di gioco, l’adeguamento e il riposizionamento dei campi di calcio a 11 e a 7 all’interno degli spazi dell’oratorio e una nuova gestione del bar che potesse accompagnare questa crescita pur mantenendo la sua funzione fondamentale a servizio dell’oratorio. 

La nuova palestra venne inaugurata il 17 Marzo 2007, al culmine di una straordinaria azione progettuale ed economica che vide protagonista la comunità della Parrocchia di San Giuseppe Lavoratore ma che abbracciò anche le altre parrocchie della città: l’Unità Pastorale sarebbe partita di lì a poco e la palestra nasceva già con quella prospettiva. In quello stesso giorno, sul campo di calcio a 11, un grande campione come Paolo Pulici dava il calcio di inizio al Trofeo Paolino in cui si affrontavano le squadre di GSO Paolo VI e US Sacer: era uno dei passi che insieme venivano compiuti verso l’ASO’ Cernusco, nato poi qualche anno più tardi in una sera di giugno del 2009, primo segno concreto di pastorale giovanile unitaria.

Dieci anni dopo quel calcio d’inizio, il nuovo campo di calcio del Paolo VI è oggi, ancora una volta e ancora di più, spazio di socialità e relazioni; nuovo fuoco per lasciarsi coinvolgere nella passione educativa in oratorio; frammento di una storia e di storie che già ripartono verso nuovi orizzonti. 

lunedì 6 ottobre 2014

IL MARIO SACRISTA

(da Voce Amica di Ottobre 2014 un ricordo di Mario il sacrista, scomparso lo scorso Settembre nel giorno del suo 90esimo compleanno)

Sul finire degli anni ’60, lo sviluppo di nuovi quartieri residenziali e l’intensificarsi delle industrie a Cernusco, a Sud del Naviglio, avevano visto la nascita proprio in quell’area della città di una nuova Parrocchia: un’ampia cappella ne era diventata ben presto la chiesa provvisoria, con annesso il Centro Paolo VI e il campo di calcio, quest’ultimo destinato a lasciare spazio nel tempo alla costruzione della chiesa vera e propria. E un nome – San  Giuseppe Lavoratore – già espressione del forte legame con la realtà e la gente di quel quartiere. Anni bellissimi, in cui coinvolgere ed essere coinvolti in prima persona nella vita del nuovo oratorio era la cosa più naturale al mondo.

Il tempo e le scelte lungimiranti dei protagonisti di allora, lo sappiamo, hanno portato poi a evoluzioni differenti da quanto ipotizzato inizialmente: la prima pietra della nuova chiesa è infatti ancora sotterrata sotto il dischetto di centrocampo del campo di calcio dell’oratorio Paolo VI, mentre la vela della nuova chiesa si alza bellissima poco più in là, nel mezzo delle tre torri. Una nuova palestra accoglie lo sport in oratorio, a ridosso del muro vicino al quale ci si ritrovava per giocare “al volo” con un pallone e un gruppo di amici.

Sarà perché ripensare agli anni in cui si è stati bambini porta sempre a mitizzare persone e situazioni, ma quei fantastici anni ’70 (e anche ’80) al Paolo VI erano davvero carichi di energia e voglia di fare, popolati di figure significative. E per chi all’epoca decideva di indossare la veste nera e la cotta bianca di chierichetto, due erano i riferimenti: il Parroco Don Giuseppe e il Mario sacrista.

Se Don Giuseppe era il custode degli insegnamenti del nostro servizio all’altare e il motivatore – ogni giovedì pomeriggio, nella riunione settimanale – del nostro impegno, il Mario sacrista era il signore indiscusso dell’angusta sacrestia di allora  (oggi è la cappellina piccola piccola in cima alle scale interne dell’oratorio), stipata all’inverosimile nel triduo pasquale di lettori, incenso e cantari.

Convocati rigorosamente almeno un quarto d’ora prima dell’inizio di ogni messa, in quei minuti che precedevano la celebrazione il Mario sacrista – solo per pochi Mario Ornaghi - era per noi chierichetti il modo per ripassare (o imparare) il dialetto milanese; era la controparte ideale per commentare i risultati dell’ultima giornata di Serie A e sfottere un poco la sua Inter; era il dispensatore di massime e battute ma anche colui che richiamava al rispetto del luogo i più scalmanati di noi. Era il narratore di tutte le malefatte e le situazioni tragicomiche in cui generazioni di chierichetti si erano ritrovate sotto i riflettori dell’altare: la croce di legno usata nelle processioni e distrutta contro lo stipite alto della porta uscendo di corsa dalla sacrestia, il turibolo rovesciato ai piedi del Vescovo in visita pastorale nel tentativo malriuscito di una rotazione a 360°, lo svenimento per la troppa tensione durante una lunga messa di Natale nella nuova chiesa…quante ne aveva viste il Mario sacrista?

Il Mario sacrista era anche l’esempio di un servizio semplice e sorridente, di quelli che è bello incontrare nella propria vita in oratorio. Semplice e sorridente. Un po’ come quello di Don Giuseppe, in tutti i suoi anni tra noi.

Ermanno

venerdì 5 aprile 2013

COME ERAVAMO

(Il mio contributo alla rubrica "Come eravamo" sul numero di Aprile di Voce Amica di Cernusco)

C'é uno scatolone blu, su in alto nel mio armadio, dove sono ammonticchiati i ricordi di un tempo, trent'anni fa, in cui fare foto non era la diffusa consuetudine da smartphone di oggi quanto invece il gesto riservato a pochi per immortalare un momento o un'esperienza eccezionali. Un tempo in cui le foto dei campeggi o delle squadre dell'oratorio feriale non le vedevi la sera su Facebook ma a Settembre, alla festa dell'oratorio, esposte sulle bacheche e "da prenotare in segreteria per poi ritirarle presso la libreria Il Faro tra qualche settimana".

L'oratorio feriale era la spensierata apertura di una lunga estate di vacanza, prologo - ma solo per i più intraprendenti - di due settimane di campeggio, tutti insieme dalla quarta elementare ai quasi-giovani, rigorosamente divisi nel turno delle ragazze e nel turno dei ragazzi.

L'oratorio feriale era il gioco e i colori giallo-rosso-verde-blu delle squadre; era la maglietta bianca con la scritta (blu per i maschi, rossa per le femmine) "Oratorio Proposta 2000" da lavare la sera per averla pulita per il giorno dopo; era il pomeriggio una volta la settimana in piscina in Sacer; era la pausa x il ghiacciolo verde da 200 lire e la gita - una gita - in pulman; era "sul campo a 11 giochiamo a Sparviero" e se eri della partita allora voleva dire che stavi diventando grande perché solo i Boss, non i baby, potevano giocare a Sparviero. Strada facendo - avrebbe detto un cantante a quei tempi - verso la promozione al ruolo di animatore e al privilegio di poter parlare al megafono.


Il campeggio dei ragazzi, invece, erano le due settimane più misteriose e più attese - nei mesi precedenti - e poi più ricordate e più raccontate - nei mesi seguenti - aspettando il campeggio dell'anno seguente. Prima la scelta del luogo, ogni anno diverso: un rito nelle mani dei più esperti, fatto di incontri, di sopraluoghi, di "scambi di campi", fino all'annuncio ufficiale. Poi l'attesa fatta di tradizioni orali tramandate da chi c'era: come il famigerato scherzo della pila, da fare (e possibilmente non ricevere) in piena notte, con la famosa domanda su dove fossero le chiavi del carro armato; o come le provviste di biscotti e succhi di frutta nascosti dalla mamma in fondo alla valigia, da mangiare con i compagni di tenda (di nascosto dal Don) la sera, prima di dormire. E a seguire l'esperienza che si fa leggenda, da ricordare nelle sere di settembre, sul sagrato fuori dalla Chiesa, aspettando gli ultimi ritardatari dalle vacanze con i genitori. Ogni campeggio diventava - per chi c'era stato - la medaglia da mostrare orgogliosi agli amici...e un po' anche per far colpo sulle ragazze: Alagna, Pianprato, Temù, Pinzolo, Champoluc, Val Masino,...nomi di battaglie che capitani coraggiosi avevano vissuto su sentieri di racconto in racconto sempre più impervi, intervallati da giorni al campo base per il prestigioso torneo di calcio che neanche la Coppa del Mondo e chiusi dalle serate con la chitarra che l'animatore più figo suonava intorno al falò senza nemmeno leggere le note sul canzoniere.


Stasera quei campeggi mi appaiono davvero affascinanti ed unici nell'essenzialità delle relazioni e delle esperienze che facevano vivere a noi ragazzi ancora acerbi di vita e di mondo. Ma forse sono davvero sommerso dai ricordi di queste foto che sto guardando del mio scatolone blu.